mercoledì 9 giugno 2010

I Concetti di Sofferenza Primaria e Sofferenza Secondaria in Psicologia Emotocognitiva

l'uso clinico del concetto psicologico di sofferenza


Premessa
Parlando di sofferenza dobbiamo riferirci ad una condizione psicofisiologica che viene connotata negativamente dall'organismo o dal sistema di riferimento e che l'organismo vorrebbe cercare di risolvere.

Sofferenza Primaria

In psicologia emotocognitiva definiamo la sofferenza primaria come la sensazione, che può essere collocata su più livelli di intensità da lieve a grave, di disagio, dolore, angoscia, terrore, ecc. che una situazione, un'esperienza od un sintomo producono come reazione
automatica dell'organismo.
Per esemplificare pensiamo ad una fobia specifica. La persona che ha paura ad esempio degli insetti sa che alla vista di un insetto (stimoloo fobigeno) sperimenterà una situazione di sofferenza e di estremo disagio tale anche da produrre una vera e propria crisi di panico (tachicardia, tremori, sudorazione, sensazione di rigidità,..).
Ci deve essere stata però una prima volta in cui è capitato che la vista dell'insetto abbia prodotto tale sofferenza, sia che la persona lo ricordi, sia che non ne abbia diretta memoria. Quel disagio sperimentato la prima volta è proprio la sofferenza primaria: la reazione automatica dell'organismo alla visione dello stimolo che poi diventerà fobigeno.
A questo punto si associa molto rapidamente la sensazione di sofferenza
con la rappresentazione dell'insetto e si instaura quel loop disfunzionale di cui abbiamo già avuto modo di parlare in altri articoli (baranello, 2006). La persona percepisce quindi che è l'insetto che produce tale sensazione di disagio e intensa paura, percò è l'insetto che va evitato. Ma, ad un'analisi più attenta, vediamo che la persona non evita  l'insetto di per sé ma tenta di evitare la proprio la sensazione di sofferenza che sa che la vista dell'insetto produce. Si instaura quello che è noto agli psicologi come "ansia anticipatoria" o più comunemente "paura della paura".
Essendo però la crisi di panico e/o il disagio intenso che si prova di fronte allo stimolo fobigeno (l'insetto del nostro esempio) una soluzione dell'organismo a determinate tensioni, l'evitamento blocca questa soluzione. I processi attentivi che l'organismo mette in atto di fronte anche alla sola possibilità della presenza di uno stimolo fobigeno incrementano
proprio le tensioni oggetto-specifiche. L'aumento di tensione produce uno stato di disagio a livello del sistema nervoso centrale che necessita di essere risolto (anche in questo caso la sofferenza è da considerarsi primaria). Anche se per molti il sintomo è il problema, per lo psicologo ad orientamento di psicologia emotocognitiva, il sintomo è la soluzione autonoma dell'organismo (o sistema di riferimento) per la risoluzione di specifiche tensioni.
Quindi evitare la situazione di sofferenza, aumentando le tensioni, produce proprio il sintomo di cui la persona vorrebbe liberarsi.
Di fatto, quindi, è proprio l'evitare la sofferenza primaria che non permette all'organismo
di risolvere definitivamente il problema. Tale tendenza ad evitare un disagio inevitabile viene definito come evitamento fobico della sofferenza.


Sofferenza Secondaria
Introduciamo così il concetto di sofferenza secondaria definendola come il risultato del tentativo della persona di risolvere la sofferenza primaria.
Sintetizzando, dove la sofferenza primaria è il prodotto diretto ed automatico dell'organismo ad una situazione, sintomo, stress, esperienza, ecc. la sofferenza secondaria è ciò che nasce dal tentativo psico-sociale di risolvere quella primaria.


Quello che lo psicologo deve fare, quindi, è permettere all'organismo di vivere la sofferenza primaria cercando di risolvere tutti quei comportamenti psico-sociali che generano quella secondaria. La sofferenza primaria è una soluzione, quella secondaria è il problema.


Proviamo con un altro esempio ancora più comune. Immaginiamo che dobbiamo per forza di cose telefonare ad una persona che non sopportiamo, che ci annoia, che ci disturbo, ecc. Se alla prima sensazione di disagio del tipo "devo chiamare ma proprio non mi va,..." prendiamo il telefono e chiamiamo vivremo di certo quello stato di disagio e
di sofferenza (nessuno lo eliminerà) ma lo vivremo per il tempo necessario, quello della durata della telefonata. Questa è la sofferenza primaria, una sofferenza che
sicuramente ci sarà, è inevitabile per definizione, ma che termina soltanto
quando la sperimentiamo, quando la viviamo senza contrastarla.
Se invece, ed è la tendenza molto comune, percepita come normale, rimandiamo la telefonata il più possibile per cercare di evitare la sofferenza primaria, allora stiamo
allungando i tempi della sofferenza stessa: alla sofferenza che ci causerà comunque telefonare si aggiunge quella relativa al tempo che intercorrerà fino a quando non saremo costretti a telefonare. Spesso, anzi, la sofferenza sarà di intensità maggiore.
Questa è la sofferenza secondaria che, sicuramente, avrà una durata maggiore della durata della telefonata stessa che, comunque, produrrà ugualmente quel disagio che stiamo cercando di evitare.


L'esempio può sembrare banale ma evidenzia come non sia necessario pensare
a chissà quale grave patologia per capire ciò che stiamo affermando. I concetti di sofferenza primaria e secondaria non sono legati infatti ai soli disturbi mentali ma sono comuni ad ogni essere umano e si sviluppano nel quotidiano.


Grazie a questi nuovi concetti oggi abbiamo strumenti sempre più raffinati per la risoluzione del disagio in tempi brevi, con interventi psicologici mirati e senza uso di farmaci per la maggior parte dei disturbi mentali, sintomatologie specifiche e problematiche psicologiche e psico-sociali.


Anche se lo schema presentato negli esempi può apparire semplice esistono processi complessi per i quali la persona non si può rendere completamente conto di quali siano i processi che hanno creato l'insorgenza della sofferenza secondaria. Inoltre la comprensione del funzionamento di tali processi non permette direttamente la soluzione del disagio, occorre infatti un intervento mirato in grado di valutare i processi di funzionamento globale
della persona e fornire tecniche specifiche per scardinare il loop disfunzionale e rendere la persona libera di vivere il proprio quotidiano ovvero, in una battuta, finalmente liberi di soffrire, ma solo della sofferenza primaria, quella inevitabile e, volenti o nolenti, necessaria.


Lo psicologo professionista sa quindi che ogni tentativo del paziente di risolvere un problema che non ha funzionato genera quella perdita di senso di volizione che non permette alla persona di trovare soluzioni adeguate al problema e che, anzi, potrebbe portare ad un suo peggioramento. Il professionista psicologo dovrà valutare quali processi psico-sociali mantengono il problema ed hanno generato sofferenza secondaria. Quello che va prodotto nel paziente è un cambiamento di prospettiva che può essere generato soltanto grazie all'aiuto del paziente stesso che ci fornirà tutte le informazioni necessarie. Il primo lavoro, durante il processo di valutazione/intervento iniziali sarà quindi teso ad agevolare la raccolta delle informazioni utili che poi saranno utilizzate per la remissione del problema. Il trattamento psicologico per finalità di cura però, lo ricordiamo, inizia da subito, già dalla prima seduta. La raccolta delle informazioni necessaria non è scisso dall'intervento riabilitativo vero e proprio.
Definito quindi ciò che mantiene il problema e quei pensieri, comportamenti, azioni che hanno prodotto e mantengono la sofferenza secondaria sia a livello individuale che relazionale e psico-sociale, si procederà con l'intervento vero e proprio teso alla riduzione delle azioni disfunzionali e alla risoluzione del disagio.
Ricordiamo che la paura di una persona di soffrire genera una sofferenza ancora maggiore di quella che la persona teme. Questo concetto farà da sfondo a tutti i nostri interventi psicologici in psicologia emotocognitiva.
In conclusione ricordiamo che il concetto di sofferenza e la sua distinzione in sofferenza primaria e secondaria, in psicologia, ha un valore scientifico e non retorico-filosofico. Pur apparendo semplice, questa breve trattazione, nasce da numerose ricerche-intervento. C'è un viraggio importante dal cercare le cause del problema a capire cosa il problema causa ovvero come i sintomi si mantengono nel tempo. In questo i concetti di sofferenza indicati hanno un ruolo fondamentale.

Baranello, M. (2006)
i concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 26 giugno 2006.
tutti i diritti riservati

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Psicologia Emotocognitiva: il loop disfunzionale

Psicologia Emotocognitiva: il loop disfunzionale
aggiornamenti sul modello teorico sistemico-relativista proposto dal Dott. Baranello


Con il termine loop disfunzionale, in psicologia emotocognitiva, intendiamo un processo circolare per il quale la persona o meglio, il sistema di riferimento su cui interveniamo, si trova in un circolo vizioso fatto di comportamenti, pensieri e azioni proprie e del sistema relazionale e sociale in cui esso vive, che anziché risolvere il problema tendono al suo mantenimento e peggioramento.
Questo processo è coerente con la definizione di psicologia che noi oggi proponiamo di
scienza che studia i processi di organizzazione sistemica ovvero la scienza che studia il modo ed il come un sistema di riferimento si organizza per il proprio sviluppo e mantenimento. L'organizzazione psicologica viene definita disfunzionale quando a livello bio-psico-sociale non produce beneficio al sistema di riferimento.
Il loop disfunzionale è quindi quel processo ridondante che mantiene il problema nel qui-e-ora indipendentemente dalla ipotetiche cause che lo hanno inizialmente generato.
Questo importante viraggio dalle ipotesi eziopatogenetiche remote ai processi disfunzionali che mantengono sintomi, disturbi e problemi è ciò che ha reso l'intervento psicologico breve ed efficace nella remissione del disagio psicologico.
La psicologia emotocognitiva non crea infatti una netta distinzione tra determinismo e costruttivismo ma si colloca come ponte tra queste due visioni definendosi 
relativista.
Abbiamo infatti confermato l'esistenza di processi bio-psico-sociali che determinato lo sviluppo una psicopatologia, allo stesso tempo la risoluzione del problema non nasce dal riconoscere tali "cause" ma dallo scardinare il loop disfunzionale che ancora mantiene il problema oggi e che, come abbiamo detto, potrebbe aggravarlo in futuro.
Con questa concezione l'orientamento è verso il futuro e non cronicizzato verso il passato ovvero il passato viene utilizzato per comprendere i processi di funzionamento e quindi per fornire strumenti e nuove rappresentazioni al paziente o al cliente, al fine di riorganizzare in tempi brevi un processo da "disfunzionale" a "funzionale" ovvero da "contro me stesso" a "in mio favore".
Il trattamento psicologico in questo caso fa leva sul più importante sentimento umano che è il senso di volizione, ovvero la capacità di ognuno di noi di condizionare le proprie scelte e la propria vita. Tale sensazione è ciò che "muove" le azioni, i pensieri ed i comportamenti umani. Un difetto nello sviluppo di tale funzione è alla base della maggior parte delle forme psicopatologiche oggi diagnosticabili.
Presentiamo lo schema originale semplificato del loop disfunzionale in psicologia emotocognitiva e poi spiegheremo il suo funzionamento dimostrando che la maggior parte dei disturbi clinici come i disturbi d'ansia quali fobie, attacchi di panico, ossessioni e compulsioni, disturbo post-traumatico da stress e problemi correlati a stress, le alterazioni dell'umore, i disturbi somatoformi quali ipocondria, dismorfismo corporeo, somatizzazioni; le disfunzioni sessuali come i disturbi del desiderio, dell'eccitazione, dell'orgasmo e da dolore sessuale, i disturbi del comportamento alimentare quali anoressia, bulimia e abbuffate e la maggior parte dei problemi psicologici e psico-sociali fino ai più importanti disturbi di personalità, possono essere ricondotti a questo schema di funzionamento e quindi trattabili efficacemente con il solo colloquio psicologico. Per i disturbi di personalità il concetto di conflitto attuale va inquadrato sotto un'ottica più complessa di quella qui presentata. Lo schema del loop disfunzionale ed il concetto di conflitto attuale rimangono comunque validi nella loro struttura generale.
Lo schema rappresenta un modello di funzionamento. Il clinico terrà conto della complessità delle esperienza di ogni singolo paziente in quanto unico modo per scardinare i processi ridondanti di mantenimento del problema. Un intervento psicologico, lo ricordiamo, è estremamente personalizzato.
 
Come lo psicologo può notare le ipotesi eziologiche e patogenetiche possono spiegare la comparsa dei sintomi e del disturbo (indicato nello schema dalla lettera S) soltanto la prima volta, ovvero all'inizio della sua evidenza. Successivamente alla comparsa di un sintomo o di un complesso di sintomi ovvero di un disturbo mentale, di una forma psicopatologica, o di un problema psicologico o psico-sociale, l'organismo inizia a mettere in atto una azione derivante dalla percezione che quel sintomo costituisca un problema da risolvere.
In realtà i sintomi ed i disturbi nascono da un tentativo autonomo, che definiamo
involontario, dell'organismo di risolvere degli stati di tensione che vengono autopercepiti (soprattutto a livello non cosciente) come pericolosi per l'incolumità dell'organismo stesso.
I sintomi producono sofferenza e disagio.
La risposta della persona rispetto alla sofferenza che percepisce è quella di ridurre tale sofferenza al più presto. Infatti il problema non è più il sintomo ma la sofferenza che tale sintomo, tale disturbo o tale problematiche causano.
Al fine di provvedere alla riduzione della sofferenza generata dal problema il paziente mette in atto delle azioni, dei pensieri e dei comportamenti sia a livello personale che psico-sociale (va infatti valutato anche cosa fanno gli altri ovvero il comportamento, in risposta al problema, dell'ambiente in cui il paziente vive). Queste azioni vengono definite 
volontarie.
Inizia a generarsi quello che definiamo il 
conflitto attuale.
Il conflitto attuale si genera tra una tendenza involontaria dell'organismo a generare i sintomi e dall'altra una tendenza volontaria dello stesso organismo nel contrastare questi sintomi. Ecco che la persona in genere sperimenta una sensazione che può far dire al paziente "è più forte di me".
Questa esperienza psicofisiologica intacca il "senso di volizione" riducendo l'aspettativa dell'organismo di riuscire a farcela da solo (i sintomi depressivi secondari a molti disturbi d'ansia nascono da questo processo).
Questo conflitto però aumenta le tensioni centrali e periferiche rispetto al sistema nervoso. Tali tensioni raggiungono presto un livello di soglia (dinamico, diverso da momento a momento e da persona a persona) per cui l'organismo metterà in atto l'unico modo che ha trovato per risolvere le tensioni, ovvero i sintomi. L'azione involontaria, in quanto generata dall'organismo, ed essendo la soluzione alle tensioni a-specifiche vissute dall'organismo stesso, vince sempre rispetto all'azione volontaria di controllo.
Per fare esempio proviamo a trattenere il respiro. Ad un certo punto la carenza di ossigeno crea delle tensioni nell'organismo che automaticamente ed in modo involontario, costringe la persona a respirare. Questo perché se non si respirasse l'organismo morirebbe. La tendenza dell'organismo è quella di mantenere le proprie funzioni.
I sintomi, il problema, il disturbo, anche se può sembrare assurdo, sono la soluzione che l'organismo mette in atto per risolvere un problema, una tensione psicofisiologica ovvero diremo che i sintomi hanno un senso di esistere e che tale senso non è detto che sia negativo. Mentre è l'azione di controllo di tale soluzione che produce l'aggravamento o il mantenimento del problema.
Come si vede dallo schema il tentativo di risoluzione della sofferenza crea quel conflitto attuale che aumenta le tensioni ed incrementa la necessità del sintomo di esprimersi (a volte più violentemente o con più enfasi).
A questo punto inizia il processo circolare che abbiamo definito loop disfunzionale. Lo psicologo può notare che ora, indipendentemente dalla "cause" (ipotetiche) che hanno scatenato il problema od il disturbo la prima volta, ora ciò che va risolto è proprio il loop disfunzionale, ovvero si deve lavorare necessariamente sulle azioni volontarie del sistema cercando, ad esempio, di cambiare prospettiva al paziente trasformando le azioni tese alla riduzione dei sintomi (che producono effetti soltanto a breve termine ma che aggravano il problema nel corso della vita) da "rassicuranti" a "dannose per il soggetto".
Lo psicologo attraverso tecniche razionali del colloquio psicologico inizierà un processo che deve necessariamente essere rapido (tra le 4 e le 10 sedute anche se il 50% del lavoro va fatto tra la prima e la seconda seduta) che abbiamo definito 
tecnica del primo passo. Si tratta di scardinare il loop disfunzionale ed aprire la strada a nuove e più efficaci soluzioni. Soltanto a questo punto si procede con il trattamento di problematiche e sintomi specifici e quindi al ripristino completo del senso di volizione.
Rompendo lo schema circolare di tipo psico-sociale che mantiene sintomi, problemi, disturbi e disagio in generale, si impedisce definitivamente alle ipotetiche cause che hanno generato la prima volta il problema di produrre tali effetti. Il processo è del tutto simile a quello che accade quando un organismo crea anticorpi dopo avere avuto una malattia di origine virale. Infatti lo stesso organismo potrà essere soggetto alle stesse cause ma tali cause non sono più in grado di generare patologia o sintomi. Di fatto la persona è guarita.
Questo è un modello innovativo, molto complesso, e di tipo psicofisiologico.
Quello che infatti attraverso il colloquio psicologico andiamo a riorganizzare sono proprio processi fisiologici. Ricordiamo infatti che un'espressione sintomatologica ha a monte sempre una modificazione fisiologica ma che tale modificazione disfunzionale è stata resa possibile da un processo di organizzazione sistemica che definiamo "psiche". Quindi utilizziamo gli stessi processi psichici che hanno generato la modificazione fisiologica che ha prodotto il sintomo od il disturbo per ripristinare valori nella norma e quindi riorganizzare in modo funzionale e sano il sistema eliminando così il disturbo senza uso di farmaci.

Baranello, M. (2006)
Psicologia Emotocognitiva: il loop disfunzionale.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).Roma, 10 marzo 2006

Terapia Breve della Bulimia Nervosa in Psicologia Emotocognitiva

Terapia Breve della Bulimia Nervosa in Psicologia Emotocognitiva
il colloquio psicologico per la cura della bulimia in psicologia emotocognitiva

Marco Baranello
Premessa
La psicologia emotocognitiva, il modello teorico sistemico-relativista elaborato dal Dott. Marco Baranello e dal suo gruppo di studio e ricerca con la co-direzione della Dott.ssa Emanuela Sabatini, analizzando i diversi metodi di trattamento della bulimia, valutando i fallimenti di alcune metodologie sia psicologiche che farmacologiche e verificando in letteratura le tecniche che sono risultate efficaci e coerenti con il nuovo modello di funzionamento sistemico proposto, è riuscita a realizzare protocolli clinici di tipo puramente psicologico per la cura in tempi breve della maggior parte dei sintomi bulimici. Anche per la bulimia nervosa così come per la maggior parte dei disturbi trattati presso i nostri centri clinici, si utilizza lo schema del loop disfunzionale (Baranello, 2006) ed i concetti di sofferenza primaria e secondaria (Baranello, 2006).
La complessità dei vecchi interventi per il disturbo dell'alimentazione noto come bulimia nervosa viene ridotto, attraverso specifiche tecniche cliniche, ad un intervento per l'evitamento fobico della sofferenza. Il nuovissimo metodo che abbiamo definito "ABC del trattamento" elaborato dal centro studi e ricerche in psicologia emotocognitiva sta producendo sorprendenti risultati per la terapia breve della bulimia attraverso lo strumento sanitario del colloquio psicologico senza uso di farmaci.
Terapia Psicologica della Bulimia Nervosa in Psicologia EmotocognitivaCome sappiamo la bulimia nervosa è caratterizzata dalla classica abbuffata, generalmente incontrollata, e da ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie tra le quali il più noto è il vomito autoindotto ma esistono anche altre condotte frequenti come l'uso di lassativi e diuretici, digiuno, esercizio fisico eccessivo, ecc. (DSM-IV, 1994).
Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la condotta compensatoria è tesa a prevenire l'aumento di peso. Questo è vero da un punto di vista fenomenologico.
Quello che in realtà il paziente cerca di prevenire, è, in psicologia emotocognitiva, la sofferenza che segue l'abbuffata. Tale sofferenza, definita primaria rispetto all'abbuffata, varia da soggetto a soggetto e può prendere la forma di senso di colpa, disagio, ansia, angoscia, fastidio, paura, ecc. Il tentativo di risoluzione della sofferenza causa però uno stato di disagio che definiamo sofferenza secondaria. La sofferenza secondaria è il vero e proprio problema da risolvere.
Una discriminante importante per valutare se il paziente tende ad evitare la sofferenza associata alla condotta incontrollata dell'abbuffata è la valutazione del pattern bulimico sull'asse piacere-dolore.
Un pattern bulimico sul versante del piacere fa emergere, quasi invariabilmente, tratti di personalità dello spettro impulsivo, in particolare il disturbo borderline di personalità, mentre un pattern bulimico sul versante del dolore, evidenzia un'organizzazione di personalità del gruppo ansioso (dipendente, evitante, ossessivo-compulsivo).
In entrambi i casi la terapia dei sintomi bulimici risulta breve. Nella maggior parte dei casi l'efficacia terapeutica si evidenzia entro le dieci sedute e risulta ben visibile.
Uno spostamento sull'asse del dolore per cui il paziente dichiara la sofferenza associata alla condotta di abbuffate e alla conseguente condotta compensatoria, come ad esempio il vomito autoindotto, ci permette di trattare il sintomo bulimico con tecniche per l'evitamento fobico della sofferenza secondo lo schema ABC del trattamento proposto dalla psicologia emotocognitiva.
L'abbuffata provoca la sofferenza che, al fine di essere evitata, crea un tentativo da parte del paziente di ridurre l'abbuffata cercando di controllare alcune variabili come ad esempio evitare di riempire frigorifero o dispense oppure cercando distrazioni, ecc. oppure ridurre successivamente la sofferenza utilizzando metodi compensatori.
Al fine di evitare la sofferenza la persona cercherà di sforzarsi di evitare l'abbuffata che, però, risulterà alla fine inevitabile e, di conseguenza, sarà quindi quasi sempre inevitabile anche l'uso delle condotte compensatorie e/o di eliminazione. L'uso di quella che viene comunemente definita "forza di volontà" è destinato a fallire. Il paziente percepisce quindi una sensazione di incapacità e di impotenza ovvero, utilizzando la terminologia proposta dalla psicologia emotocognitiva, una carenza del proprio senso di volizione. La frase più comune che un paziente pronuncia è il classico "è più forte di me". Psicofisiologicamente il vomito e le altre condotte compensatorie vengono utilizzate per risolvere lo stato di disagio causato dalla perdita di tale senso di volizione. Il paziente che non desidera né abbuffarsi, né vomitate si trova di fronte ad un paradosso per cui l'organismo provoca autonomamente il sintomo bulimico mentre lo stesso organismo, razionalmente, cerca di bloccarlo (teoria del conflitto attuale in psicologia emotocognitiva).
La forza di volontà ed i tentativi di controllare la situazione non potranno mai funzionare in quanto, fisiologicamente, il dovere incrementa stati di tensione che l'organismo tende a risolvere, secondo il concetto di loop disfunzionale e del conflitto attuale, proprio attraverso la manifestazione sintomatologica. Secondo questo schema le sedute con il paziente vengono costruite in modo da definire le variabili che provocano la sofferenza e valutare quali condotte del paziente e del suo campo di esperienza che stanno mantenendo il problema. Lo psicologo eviterà di focalizzare l'attenzione su arbitrarie cause mentre sarà orientato a scardinare ciò che nel qui-e-ora sta provocando, mantenendo e potenzialmente aggravando la sintomatologie. L'orientamento verso tali modalità disfunzionali di risoluzione del disagio permette di scardinare in tempi davvero molti brevi i processi psicofisiologici che sostengono il sintomo ripristinando senso di volizione ed un normale processo di funzionamento.
Lo psicologo porrà domande specifiche circa il funzionamento di determinati comportamenti sia del paziente stesso che del suo ambiente che sono stati attuati nel tentativo di risolvere il disturbo ed i sintomi associati. Un errore molto comune è perseverare in trattamenti e modalità che però non producono risultati visibili. E' facile che un paziente che prende farmaci riscontri in realtà un peggioramento della situazione. Nonostante questo si continua l'assunzione del farmaco, come se la sospensione (sempre e necessariamente graduale) possa peggiorare una situazione che già sta andando verso l'aggravamento.
Lo psicologo dovrà valutare con attenzione tutto quello che non sta producendo risultati operando un netto viraggio nelle modalità di gestione della sintomatologia soprattutto agendo sulle azioni disfunzioali.
Lo spostamento del pattern bulimico sull'asse del piacere cambia invece la strategia di intervento psicologico. Si utilizzano le stesse metodologie utilizzate per i pazienti che vivono la bulimia come qualcosa da risolvere però con forme di comunicazione diverse. Quando il paziente percepisce il vomito come piacevole e non sente l'esigenza di interrompere la condotta, lo psicologo dovrà valutare ciò che il paziente percepisce come qualcosa da risolvere e ciò che invece vuole che rimanga inalterato. In questi casi quello su cui si focalizzerà paradossalmente l'attenzione è sulla libertà di avere e produrre la propria condotta bulimica. La strategia utilizzata permette di ripristinare il senso di volizione che il paziente percepisce soltanto durante gli atti impulsivi. Nella maggior parte dei casi, infatti, provare piacere nel pattern bulimico fa emergere tratti di personalità fortemente impulsivi e la condotta bulimica è quasi invariabilmente associata ad altri comportamenti simili (es. spendere eccessivamente, uso di sostanze, promiscuità sessuale, costante rabbia, alterazioni rapide dell'umore, dell'immagine di sé e degli altri, ecc.).
Esistono, quindi, due forme principali di bulimia in relazione alla modalità con la quale la persona percepisce il pattern bulimico. Le diverse modalità modificheranno nella forma il trattamento psicologico che, comunque, si avvale quasi sempre di tecniche di prescrizione sintomatologica. La prescrizione va eseguita in modo da rimanere coerenti con la modalità di percezione del paziente rispetto alla sintomatologia.
Quello che in sintesi si richiede al paziente che desidera risolvere un sintomo bulimico non è la sua forza di volontà ma soltanto motivazione. La differenza tra forza di volontà e motivazione può essere così schematizzata. La prima si evidenzia nel tentativo della persona di cercare di controllare la situazione, con un enorme sforzo che, come sappiamo, non produce risultati, mentre la motivazione al trattamento è il considerare che esista qualcosa che non si riesce a risolvere con tutti i tentativi finora messi in atto per farlo ma si desidera poter tornare liberi di vivere la propria vita. La motivazione spinge la persona a chiedere l'intervento di uno psicologo esperto mentre la non motivazione spinge la persona a sforzi disperati.
Lo psicologo deve tenere in considerazione tale variabile. Capita sovente infatti che molti pazienti, soprattutto adolescenti, siano costretti dai propri genitori a rivolgersi ad uno psicologo e, quindi, non presentino motivazione al trattamento. Sono necessarie pertanto specifiche strategie di comunicazione che, però, non dovranno mai essere orientate al convincimento cognitivo del paziente a risolvere qualcosa che non vuole risolvere.
E' infatti inutile in questi casi informare che l'intervento psicologico può essere davvero risolutivo e che è il metodo d'elezione per la risoluzione dei sintomi bulimici. E' altresì inutile spiegare che il colloquio psicologico è in grado di scardinare in tempi brevissimi i processi che sostengono il disturbo.
Va anche ricordato che molti pazienti vengono da altri tentativi terapeutici falliti con metodi sia psicologici che farmacologici. Molti pazienti che si rivolgono presso i nostri centri clinici hanno già intrapreso anni di terapia, spesso di tipo analitico, ma senza risultati apprezzabili.
In genere accenniamo al paziente che la scienza non è statica e che si aggiorna costantemente e che oggi i nuovi metodi psicologici sono orientati alla risoluzione dei processi di mantenimento del problema anziché ricercare arbitrarie cause inconsce ma senza focalizzare troppo l'attenzione su questo. E' invece consigliato utilizzare tecniche e strategie in grado di dimostrare concretamente al paziente l'efficacia dell'intervento in tempi brevi.
Una rapida modificazione del processi disfunzionali che sostengono la sintomatologia permette di verificare la possibilità dell'organismo di ripristinare il suo normale funzionamento ed offre la chiara visione al paziente delle proprie capacità e risorse.
Lo psicologo terrà in considerazione che l'andamento della terapia psicologica è costituito da alti e bassi ma sempre con una tendenza generale al miglioramento rispetto all'inizio delle sedute. Il trattamento è efficace già nelle prime sedute ed in grado di produrre alcuni cambiamenti concreti. Si ricorda che gli psicologi ad orientamento di psicologia emotocognitiva non vanno ad oltranza nel trattamento quando il paziente non ottiene beneficio dalla terapia psicologica. Quindi un eventuale peggioramento della situazione nelle prime sedute (generalmente quattro-cinque) prevede da parte dello psicologo l'interruzione del trattamento od una più approfondita indagine del caso.
Il trattamento si compone di diverse posizioni:
1) diagnosi e valutazione del funzionamento globale
2) valutazione delle modalità di evitamento della sofferenza
3) valutazione sull'asse piacere-dolore del pattern bulimico
4) informazione sui processi di mantenimento del problema
5) comunicazione dei tempi massimi di intervento
6) trattamento sintomo-specifico
7) conclusione del trattamento e definizione dei follow-up
Le tecniche base utilizzate sono:
1) uso dello schema ABC del trattamento
2) schema andamento del trattamento
3) processi tecnici di sintonizzazione
5) gestione delle aspettative
6) prescrizioni di azione
7) problem-solving
8) tecniche di mantenimento dei risultati
Oggi lo psicologo dispone di metodologie che stanno dimostrando un'altissima efficacia nel trattamento della bulimia nervosa. L'apprendimento di tale tecniche si configura quindi come una necessità per tutti coloro che si occupano di disturbi del comportamento alimentare.



Baranello, M. (2007)
Terapia breve della bulimia nervosa in psicologia emotocognitiva
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 22 aprile 2007.

martedì 25 maggio 2010

DCA: classificazione e partner

I DCA (ivi compresi quelli presenti fin dall’infanzia) compaiono spesso accompagnati da partner comportamentali di varia tipologia.

Raramente inoltre il disturbo alimentare si manifesta a sé stante, in forma “pura”; i casi più frequenti infatti sono dei “multitipo”che vedono agire insieme più disturbi compresi tra:

  • Anoressia Nervosa
  • Bulimia Nervosa
  • Disturbi alimentari non altrimenti specificati
  • Binge Eating Disorder (BED)  (Disturbo da Alimentazione Incontrollata)
  • Iperfagia 
  • Alimentazione selettiva (comportamento di una persona che si nutre solo di alcuni alimenti. Compare intorno ai 5/6 anni di età)
  • Alimentazione restrittiva (persone che si mostrano poco interessate al cibo, l’attenzione è incentrata sulla quantità di cibo ingerito. Non danno alcuna importanza a peso e forma corporea e non hanno alcun problema di autostima, quanto invece in area relazionale).
  • Fobia del cibo (timore di assumere determinati cibi per paura di soffocare – in genere quelli solidi o farinosi)
  • Evitamento emotivo del cibo (compare tra i 15 e i 16 anni e produce disturbi riguardo alla sfera emotiva)
  • Iperalimentazione compulsiva (persone che mangiano da sempre, equamente distribuite tra maschi e femmine, e oltre all’elemento di iperfagia appare anche l’utilizzo del cibo come consolazione e/o compensazione)
  • Sindrome dell’abbuffata notturna Night Eating Syndrome – NES (che è in relazione con lo stress)

  • e molti altri purtroppo…


Autore: Gruppo Lilith

I disturbi del comportamento alimentare



Fonti ufficialmente riconosciute (medici impegnati in ASPIC e AIDAP – del Luca – della Grave) già nel 1999 segnalavano che il 10% di ragazze a partire dai tredici anni presentano problemi gravi relativi all’alimentazione.
·        Secondo altri autori invece, quasi il trenta per cento presentava patologie alimentari “sotto la soglia”, a rischio imminente di mortalità.
·        Un’informazione altrettanto preoccupante riguarda la quantità di persone, anche molto giovani, che si trovano in una condizione di grave sovrappeso o di obesità.
Le informazioni che abbiamo dovrebbero dunque indurci a riflettere sui fattori che incidono sull’acquisizione delle norme dicomportamento alimentare orientate al benessere e alla salute, anche in considerazione del fatto che patologie alimentari di varia natura colpiscono sempre di più anche bambini e infanti.
·        Non si tratta dunque solo di una patologia dell’adolescenza, ma di una problematica che abbraccia un vastissimo numero di persone.
Le categorie “tipiche” infatti, ragazze piuttosto che ragazzi; gli ambienti (moda, spettacolo e danza); il livello economico finanziario (persone generalmente benestanti) ecc. vanno sempre più sfumandosi e omologandosi, e non costituiscono più condizione necessaria affinché il disturbo alimentare sussista.
Quello che si verifica invece è piuttosto controverso:
·        Da una parte possiamo trovare segnali e messaggi allarmistici da parte deimedia relativi soprattutto all’obesità
come pure, le famose “comunicazioni sociali” relative all’anoressia e la bulimia, che lanciano però messaggi poco mirati e piuttosto generalizzanti. 
·        Oppure possiamo imbatterci in una parte della medicina che ha sviluppato un atteggiamento da “caccia alle streghe” nei confronti dei danni connessi all’obesità,
senza considerare le patologie iatrogene, sia fisiche che psicologiche, derivanti da interventi dietetici poco realistici e non centrati sull’individuoe dagli esiti effimeri e non realmente prevedibili.
·        Dall’altra abbiamo una cultura occidentale sempre più centrata sullacorrispondenza tra valore umano e canoni estetici, fortemente orientati alla magrezza:
se sei magra” per le femmine e “se hai un bel corpo, muscoloso, in forma” per i maschi, “ puoi avere successo in tutti i campi, lavoro amore ecc. essere felice” e tanto altro ancora che la tua condizione invece non ti permette di avere.
·        Il messaggio a volte diretto a volte più subdolo e pericoloso del “vali quanto pesi” o “non si è mai abbastanza ricchi e abbastanza magri”, è la vera epidemia insidiosa che minaccia il benessere mentale e investe quasi ogni fascia d’età.
Negli ultimi tempi c’è una tendenza ad uniformare ed omologare le persone, tralasciando in toto l’importanza del mantenere un’identità.
Sembra che sia aumentata la libertà d’espressione anche grazie a internet, però poi viene castrato ogni diritto ad esserci con una propria identità, più realistica e più autentica dello stampo in cui la società tende a farci passare.
Il DCA spesso riflette una mancanza di identità reale, una carenza di autoefficacia, e un’impotenza appresa che può avere origini tanto familiari quanto sociali.
·        Tutto ciò può essere più o meno insabbiato all’esterno da comportamenti stereotipati e da strategie di evitamento
In questo quadro strategie di fronteggiamento efficaci vengono meno.  
Viene meno la percezione del diritto (non dovere) all’individualità, mentre si instaura la necessità e di corrispondere ad un vago e distorcente ideale che ci rimanda l’esterno e che volenti o nolente viene fatto nostro. 



Autore: Gruppo Lilith
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lunedì 15 marzo 2010

Gli invisibili negli invisibili

Chi sono? Come vivono? Che aspettative di vita hanno? Perché è necessario rendersi conto che esistono? 

Spesso i malati di DCA sono avvolti da una coltre di pregiudizi esterni tanto radicati da soffocare qualunque verità relativa al loro disturbo.
 Di quali pregiudizi stiamo parlando? Ma di quelli che tutti sperimentano ogni giorno senza nemmeno rendersene conto. 
Dopo anni di campagne di sensibilizzazione e di informazione relative all'anoressia infatti, la persona gravemente sottopeso ancora suscita il bisogno immediato di attribuire quel suo stato ad un qualcosa inerente al campo della moda o a fissazioni adolescenziali (qualcuno che tenta spiegazioni più "profonde" vede, in un lampo di illuminazione, anche il bisogno di stare al centro dell'attenzione e di richiamare la considerazione della famiglia). 

Per la bulimica le sorti non sono migliori: se gravemente sovrappeso, si vedrà rifilare ogni giorno consigli su presunte diete da seguire e sull'attività fisica (da sconsigliare invece nella maniera più assoluta per le ragazze che esperiscono il comportamento sintomatico del  vomito autoindotto, a causa di possibili e letali scompensi cardiaci) oltre naturalmente agli sguardi disgustati e alla solita frase relativa al fatto che l'aspetto non è tutto. 

Stranamente accade anche un altro fenomeno: a fronte di una persona con un disturbo dell'alimentazione, chiunque sembra avere la verità in tasca e chiunque (veramente chiunque eh) si sente altresì  in diritto di consigliare cosa fare e cosa non fare, spesso con una modalità che non è mai solo un suggerimento ma che cela in sé anche pesanti giudizi di merito.  

Esistono inoltre, un'altra infinità di malati di dca in quanto, come scrive una cara compagna di forum: 

 "I problemi col cibo non si misurano a soglie di peso...
Ci sono ragazze che passano anni d'inferno oscillando di 4-5 chili su e giù, il problema non ce l'ha solo quando arrivi a 35 o 90 chili".

E più passa il tempo più il rischio di cronicizzare un dca sale vertiginosamente.

Purtroppo queste malate normopeso, che non sono né carne né pesce e che non possono essere inscatolate in nessuna definizione, né sociale né medica, sono persone che mantengono una vita apparentemente normale ma dentro sono dilaniate dal più pesante dei fardelli: vivono di compromessi continui senza mai produrre un desiderio che non sia relativo al peso, vivere un piacere per il solo gusto di goderne. Si muovono arrancando e trascinandosi perché quella gli appare l'unica via possibile; ecco queste malate (il cui tasso di mortalità è alto, analogamente ad altri dca) rimango per sempre nell'ombra, perché non corrispondenti a nessuno standard, in quanto apparentemente non completamente malate e non completamente sane. 

Sono le malate di dca invisibili negli invisibili destinate a vivere nel limbo, fin quando la coltre di ignoranza che le circonda si farà un po' pò da parte per lasciare uno spazio in cui finalmente esprimere quell'identità negata da tutta la vita. 



IL GRUPPO LILITH SOSTIENE L'OPERA DI INFORMAZIONE RELATIVA AI DCA NAS (Disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati). 


lunedì 1 marzo 2010

Principali forme di comunicazione disfunzionale e loro effetti a lungo termine



Spesso nelle storie di soggetti affetti da dca, si rileva una presenza massiccia di comunicazione familiare (famiglia d'origine/partner) altamente disfunzionale, tale da porsi come uno dei fattori di mantenimento del sintomo più preponderanti.



Vediamoli insieme:

COMUNICAZIONE DISFUNZIONALE  - EFFETTI A LUNGO TERMINE

  • Colpevolizzante - Senso di colpa, Rabbia verso sé stessi con conseguente rifiuto, inadeguatezza e senso di inefficacia. 
  • Inferiorizzante - Disistima, Sfiducia in sé stessi, Frustrazione, Sentimento di impotenza
  • Invischiata - Mancanza di differenziazione io - altri. Compromessi i processi di identificazione, rispecchiamento, differenziazione. 
  • Evitare i conflitti - Evitamento emozionale, paura delle emozioni e incapacità a gestire stati d'animo intensi e di qualunque natura. 
  • Iperprotettività - Dipendenza e relazioni con partner futuri altamente distorte e distorcenti. 
  • Imprevedibile - Disorientamento, Disorganizzazione (Gruppo D per gli stili di adattamento)